Prima della Scala: «Crediamo al dialogo e non agli insulti». Gli Unni di Verdi ispirano patti e duelli. Antagonisti in corteo contro Salvini

Prima della Scala: «Crediamo al dialogo e non agli insulti». Gli Unni di Verdi ispirano patti e duelli. Antagonisti in corteo contro Salvini

La Prima della Scala conferma che il «vento del cambiamento» in salsa pentaleghista su Milano non spira forte come nel resto del Paese. E l’ovazione che ha accolto ieri il presidente della Repubblica ne è stata la certificazione. Cinque minuti di applausi da parte delle maestranze e di quella che un tempo si chiamava «la Milano che conta» hanno salutato l’ingresso in sala di Sergio Mattarella, l’«alleato» che Beppe Sala invoca non tanto contro le «nuove orde» che già hanno conquistato Roma, quanto contro quell’«imbarbarimento della società», riflette il sindaco, già denunciato alla vigilia di Sant’Ambrogio dall’arcivescovo Mario Delpini nel discorso alla città. Mentre l’Attila di Verdi conquista il palcoscenico, dopo tre anni di quasi totale astinenza il ritorno del mondo politico non è nel segno di Matteo Salvini né di Luigi Di Maio. Alla fine anche un paio di ministri tra quelli annunciati danno forfait. Ci sono la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il collega alla Cultura, il cinque stelle Alberto Bonisoli, a cui tocca riconoscere che «Milano è la prima della classe» e forse dovrebbe «passare i compiti agli altri». «Sono d’accordo – ribatte Sala – ma ci deve essere la disponibilità degli altri a imparare».

La scena è comunque tutta del Presidente. «Ogni volta che viene raccoglie grande consenso – spiega Sala -. L’applauso è un tributo alla sua figura e la sua presenza qui rappresenta la vicinanza delle istituzioni alla città, che è forte ma non ha la presunzione di fare tutto da sola». Nel foyer intanto il tormentone è individuare nell’attuale scena politica chi potrebbe indossare i panni del re degli Unni. «Sono un po’ tempi da barbari – spiega il sindaco -. La politica a volte si concentra più sull’insulto; io cerco il dialogo e la competenza, i valori di Milano per combattere quest’imbarbarimento».

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Non vede Unni alle porte, invece, il presidente della Lombardia, Attilio Fontana che ricordando i «barbari sognanti» maroniani pregusta «il sogno dell’autonomia». Fra il pubblico la preoccupazione è come al solito non passare inosservati. Da questo punto di vista il primo Sant’Ambrogio del governo del popolo, non tradisce alcun cambiamento nel consueto rito dell’apparizione. La prima a entrare è Diana Bracco che sfoggia orecchini di zaffiri e brillanti.

Ma non si vedono scollature abissali né ampie pellicce. La semplicità di abiti a sirena, con veli e vita alta, vaghe citazioni del personaggio di Odabella, va per la maggiore. Le mise più audaci e colorate sono quelle indossate dai tanti ospiti di Dolce&Gabbana, che hanno offerto la splendida decorazione floreale del palco reale e del buffet. Fra i presenti un incuriosito Davide Oldani e un emozionato Roberto Bolle che all’intervallo vuole ringraziare Mattarella per l’onorificenza che il presidente gli ha conferito a settembre. Folla attorno a Liliana Segre e Livia Pomodoro vestita di verde («abbiamo bisogno della speranza in un futuro migliore»).

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Il direttore di Brera sfoggia l’immancabile gilet e assicura che «Milano è l’unica città in Italia perché non è monoculturale» e le città, dice, si fanno con la diversità. Felici di esserci anche Sylvain Bellenger, direttore del museo di Capodimonte, arrivato da Napoli, e Michele Coppola, direttore delle Gallerie d’Italia. Alla fine del primo tempo il sovrintendente Alexander Pereira comincia a rilassarsi: «Vedo i cantanti in gran forma e sento bellissimi colori dall’orchestra». Quando cala il sipario scrosciano 15 minuti d’applausi, e tutti i commenti si accordano su un unico tono entusiastico.

8 dicembre 2018 (modifica il 8 dicembre 2018 | 12:50)

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