Incidente Milano-Meda, chi era Eugenio Fumagalli, il tassista eroe: «È morto per salvarci»

Il taxi «Zulu 38» ha da poco finito il turno. «Lui faceva il numero 15», spiegano i colleghi, «quello che inizia alle tre del pomeriggio e si conclude all’una di notte». Licenza milanese numero «1927», «lui» è Eugenio Fumagalli, ex poliziotto di 47 anni, subentrato nel 2011 al volante di papà Francesco, uno dei pionieri delle cooperative anni Settanta, da ieri ennesima, ulteriore vittima del nemico pubblico numero uno: la strada. Sono passate le 3.40, come ogni sera Fumagalli torna a casa a Carugo, nel Comasco, percorrendo la Milano-Meda , strada provinciale maledetta sì, ma non in quel punto, semmai più avanti, al temibile «curvone» di Lentate. All’improvviso il lungo rettilineo che si srotola davanti ai suoi occhi diventa teatro dell’incidente. Un’auto si ribalta, Fumagalli interviene senza esitare. Accosta la sua Toyota, fa lampeggiare le quattro frecce e indossa la pettorina gialla di sicurezza. Azioni ordinate e calme ma decise, quasi una tragica sintesi del suo spirito concreto e altruista elogiato da amici, parenti e dai due fidanzatini a bordo della Fiat 600 ribaltata, entrambi brianzoli, di 19 e 21 anni.

«Ha raggiunto l’auto e ci ha salvato la vita: senza di lui saremmo stati travolti» raccontano all’uscita dal comando della Polizia stradale. Passato un attimo, infatti, altre due vetture si schiantano sulla 600 rossa, trascinandola contro gli spartitraffico di cemento, i jersey, e uccidendo sul colpo l’uomo, sotto gli occhi dei sopravvissuti.

«Era un ragazzo tutto casa e lavoro» spiega Gege Mazza, storica anima del radiotaxi 6969 a cui Fumagalli era iscritto. Guidava il taxi, aiutava l’anziano padre con la burocrazia e le pratiche fiscali, s’impegnava con la cooperativa «La Fontana», alle cui iniziative era sempre presente. «Gentile e consapevole di svolgere un servizio pubblico, partecipava moltissimo a corsi di aggiornamento, lezioni di lingua e alle nostre varie iniziative» spiega il presidente Valentino Bettani. Come esporre sulla fiancata del taxi il logo adesivo di Emergency, piuttosto che una réclame.

Ogni due settimane raggiungeva la compagna Sandra, in Romagna, a Forlì, prendendosi cura anche dei due figli di lei, ormai non più bambini. «Impeccabile a livello professionale e più istruito della media dei suoi colleghi — prosegue Mazza — era un animo nobile. Aveva un fare educato, quasi aristocratico. Discreto e riservato, non alzava mai la voce. Preferiva tacere se non aveva qualcosa di importante da dire. Quando lo incontravo, ci facevamo sempre una conversazione interessante e non banale». Alla centrale radio del 6969, infatti, mai una segnalazione negativa ricevuta dai clienti, «semmai ci chiamavano per complimentarsi per la sua elevata professionalità».

Amava la motocicletta, Eugenio. E soprattutto la vita. «Era solare, saggio, carismatico — racconta il suo collega e amico di strada Antonio —, sempre prodigo di consigli: mi incitava a non mollare quando facevo fatica a pagare le rate della licenza, offrendomi addirittura aiuto economico, come fossi un fratello».

Lo scorso 27 dicembre, cinque giorni dopo il suo compleanno, un collega stava passando un brutto quarto d’ora a causa di un cliente balordo in periferia. Fumagalli era stato tra i primi a intervenire per evitare guai al compagno. Spiega Virginio Vargas, da 25 anni istruttore di centinaia di autisti, Eugenio incluso: «Persona perbene, con una spiccata predisposizione ad aiutare gli altri». La stessa che l’ha spinto ad accostare, a mettere le quattro frecce e a indossare il gilet giallo, da oggi simbolo anche di eroismo. Tanto da mettere per una volta d’accordo taxi e Ncc, in questi giorni in «guerra» per le novità in arrivo dal governo, con i rivali delle auto nere che durante un presidio di Assoconducenti hanno osservato un minuto di silenzio ed esposto un cartello eloquente: «Eroe».

13 gennaio 2019 | 20:46

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