Formigoni in carcere, ecco la sua cella. Nel suo reparto Boettcher e Stasi

Gli occhi di chi ha dormito poco e la barba un po’ meno ordinata del solito. Ieri mattina, nel carcere di Bollate, erano questi gli unici segni di difficoltà visibili sul volto di Roberto Formigoni, ex pluripresidente della Lombardia, detenuto da venerdì per scontare la condanna definitiva a 5 anni e 10 mesi per corruzione in relazione ai fondi neri della Fondazione Maugeri. La prima notte, per quanto «tranquilla», non è mai facile. Al di là dell’ambiente – che a Bollate è comunque meno ruvido che altrove – è il tumulto di sensazioni e pensieri a rendere complicato il sonno. Ma in mattinata Formigoni si è mostrato comunque padrone di se stesso. Camicia, maglione con la zip e pantaloni sportivi scuri, ha incontrato gli operatori del carcere, i suoi avvocati e un consigliere regionale che è andato a fargli una veloce visita. Tutti lo descrivono con l’aggettivo «forte». Anzi, il pensiero che ha voluto mandare all’esterno è rivolto ad amici e familiari: «Penso alle persone che mi conoscono da tempo, sanno chi sono e cosa ho fatto: voglio che sappiano che devono essere forti». Insomma, per niente abbattuto, ma preoccupato per «chi è fuori».

L’uomo che ha governato la Lombardia per 18 anni è stato assegnato al primo reparto della casa circondariale di Bollate, che ospita tendenzialmente detenuti più anziani e quelli protagonisti di vicende che hanno avuto particolare clamore mediatico. Nello stesso blocco di quattro piani, infatti, si trovano anche Alexander Boettcher, condannato per le aggressioni con l’acido, e Alberto Stasi, che sconta la pena per l’omicidio di Chiara Poggi, a Garlasco. Formigoni «abita» in una cella da quattro posti, al terzo piano. Insieme a lui ci sarebbe, secondo le voci che ieri hanno accompagnato l’arrivo dell’illustre «nuovo giunto», Costantino Passerino – condannato in Cassazione nello stesso processo – e un altro detenuto italiano. Nella cella di circa 26 metri quadrati ci sono armadietti guardaroba e portaoggetti, un tavolo con sgabelli (le sedie di plastica sono ammesse ma bisogna comprarle), un punto di cottura alimentato da bombolette a gas, lavandino, un piccolo bagno, televisione e mille oggetti d’utilità quotidiana che i detenuti si ingegnano a sistemare ovunque, a partire dalle pareti. Lì da ieri trovano posto anche i due zaini pieni di libri (tra i quali La banalità del male di Hannah Arendt) che Formigoni ha voluto portare con sé. Ma durante la giornata, dalle 8 alle 20, le porte delle celle restano aperte e i detenuti sono liberi di circolare nel reparto o di partecipare alle tante attività di formazione e lavoro offerte nell’istituto.

Ieri l’ex governatore ha iniziato la mattina incontrando gli operatori del carcere e poi i suoi legali. «Ho trovato il presidente Formigoni addolorato ma realista rispetto alla situazione», racconta l’avvocato Mario Brusa, che difende l’ex governatore lombardo (ieri durante un convegno di Forza Italia sulle infrastrutture il suo nome è stato applaudito). I difensori hanno già presentato un’istanza per ottenere la detenzione domiciliare poiché la legge «spazzacorrotti» è entrata in vigore dopo i fatti contestati. Ma è scontato che il sostituto procuratore generale Antonio Lamanna esprimerà parere negativo. «È stato accolto con simpatia dagli altri detenuti – riferisce l’avvocato Brusa – e sta trovando il modo di adattarsi all’ambiente. Quando ero giovane – aggiunge – ho assistito un manager di un’importante società che era finito in carcere. Quando è stato liberato mi disse: “Lei non immagina quanta umanità ho incontrato in prigione e quanta disumanità qui fuori”. Immagino che Formigoni possa avvertire questa stessa situazione».

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L’inchiesta
24 febbraio 2019 | 07:35

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