Abercrombie & Fitch chiuderà il negozio di corso Matteotti

Chiuderà il megastore di Abercrombie & Fitch di Milano, inaugurato il 29 ottobre 2009 in corso Matteotti, nel palazzo costruito da Gio Ponti. Inizialmente il negozio, 3 mila metri quadrati, era stato preso d’assalto dagli adolescenti (e genitori) ansiosi di scattarsi foto con i commessi-modelli e di aggiudicarsi i capi d’abbigliamento con il logo dell’alce. Poi però il marchio è entrato in crisi, e anche il negozio ha perso il suo appeal: i ragazzi di oggi preferiscono comprare online e risparmiare acquistando capi senza loghi o scritte, per crearsi uno stile personale. Il gruppo ha annunciato la chiusura di tre flagship store: prima di quello milanese, che chiuderà nella seconda metà del 2020, chiuderanno quello a marchio Hollister a New York City (quest’anno) e quello a marchio A&F a Fukuoka (Giappone), entro la fine dell’anno fiscale in corso. Dal 2017 salgono così a cinque i negozi chiusi (con quelli di Hong Kong e Copenhagen). Il gruppo ha dichiarato che intende allontanarsi dal format del megastore per privilegiare esperienze più piccole e omnicanalità. Il gruppo ha spiegato che le tre nuove chiusure rappresentano meno dell’1% del fatturato totale generato nel 2018. Gli oneri legati alle chiusure a NY e a Fukuoka sono stimati in 45 milioni di dollari al lordo delle imposte mentre «non è atteso» che gli oneri legati a quelle di Milano e Copenhagen siano significativi per l’anno fiscale in corso.

Mercoledì Abercrombie & Fitch è stato protagonista di un tonfo al New York Stock Exchange, dove ha ceduto il 24% a 19 dollari, portando il bilancio da inizio anno a -3% e quello degli ultimi 12 mesi a un -23,4%. Il titolo della catena americana di negozi di abbigliamento soffre nel giorno di una trimestrale mista e di previsioni deludenti. Quanto ai risultati, nei tre mesi al 4 maggio, corrispondenti al primo trimestre f scale, la società ha registrato una perdita di 19,2 milioni di dollari, o 29 centesimi ad azione, contro un rosso da 42,4 milioni, o 62 centesimi per azione, nello stesso periodo dell’esercizio precedente. Gli analisti si attendevano un risultato negativo per 31 milioni, o 43 centesimi per titolo. Il fatturato è pari a 734 milioni, in linea ai 731 milioni dell’anno prima e con le previsioni pari a 733 milioni. Le vendite comparate sono aumentare dell’1% contro il +1,3% atteso dal mercato. In Usa sono cresciute del 4% ma nei mercati internazionali sono calate del 4%. Se i dati sono complessivamente migliori delle previsioni, è deludente l’outlook per il secondo trimestre fiscale: la società si aspetta vendite tra il piatto e un rialzo del 2% e vendite comparate invariate. Gli analisti avevano messo in conto ricavi in aumento del 2,9% e vendite nei negozi aperti da almeno un anno in aumento del 2,4%.

29 maggio 2019 | 17:46

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