Milano, la figlia di un carabiniere ucciso da Antonio Cianci, killer in permesso: «Calpestata la memoria di mio padre e dei suoi colleghi»

Quella sera del 9 ottobre 1979

La sera del 9 ottobre 1979, era stato fermato da tre carabinieri lungo la Rivoltana vicino a Liscate. Al maresciallo Michele Campagnuolo, all’appuntato Pietro Lia e al carabiniere Federico Tempini, aveva lasciato il tempo di parlare con la centrale e di verificare che la Cinquecento sulla quale viaggiava era rubata. Un testimone aveva detto d’averlo visto parlottare con i militari. Mentre un altro, multato dai carabinieri al posto di blocco, aveva perfino spiegato d’essersi fatto cambiare una banconota da quel ragazzo, tranquillo e calmo in attesa di ripartire. Quando però i militari si erano avvicinati, dopo aver avuto la conferma che la macchina «scottava» e alla guida c’era un ragazzo con precedenti per omicidio, lui aveva sfilato la 7.65 che teneva sotto la giacca e aveva scaricato loro addosso tutti i colpi del caricatore. Uccisi tutti e tre, senza il tempo di reagire. Nelle sue disordinate confessioni davanti ai magistrati non ha mai saputo spiegare il perché dei suoi quattro omicidi. Ha raccontato che uno dei carabinieri lo aveva preso in giro per la foto sulla patente. E a quel punto aveva deciso di sparare. Il suo avvocato durante il processo chiese perizie psichiatriche che però non hanno mai certificato l’infermità mentale. Per lui la condanna all’ergastolo e una vita trascorsa in cella dal 1979.

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10 novembre 2019 | 16:03

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