Scala, Tosca: un trionfo. Applausi a Mattarella e Segre

La potenza delle immagini fa a gara con le emozioni della musica, nella Tosca di Puccini che ha inaugurato ieri con grande successo la stagione lirica del Teatro alla Scala di Milano, diretta da Riccardo Chailly. Con un finale a sorpresa, Tosca che da Castel Sant’Angelo non si getta, ma s’innalza in una sorta di apoteosi di luce. Quindici minuti di ovazioni finali, per tutti; e applausi anche all’inizio, all’arrivo della senatrice Liliana Segre, e ben quattro minuti all’apparire del presidente Mattarella sul Palco centrale, prima dell’Inno d’Italia. Doppio applauso, che si rinnova al grido di «Presidente, grazie!», lanciato da alcuni spettatori. Mattarella ha anche incontrato le maestranze della Scala: «Non saprei da dove cominciare per fare i complimenti — ha dichiarato —. Mi è piaciuto tutto». Insieme al Sindaco di Milano, Giuseppe Sala, il Presidente ha poi fatto visita in camerino al maestro Chailly e al regista Davide Livermore, complimentandosi «per una messa in scena straordinaria, capace di innovare rispettando la partitura».

In teatro, applausi a scena aperta dopo le due arie-clou dell’opera, «Vissi d’arte», «E lucevan le stelle». Chailly condivide così il successo con il trio dei protagonisti, il soprano Anna Netrebko (Floria Tosca), il tenore Francesco Meli (Mario Cavaradossi) e il baritono Luca Salsi (il barone Scarpia); con le altre voci del cast (Carlo Cigni, Alfonso Antoniozzi, Carlo Bosi, Giulio Mastrototaro, Ernesto Panariello), con l’Orchestra, il Coro della Scala e le Voci Bianche dell’Accademia scaligera, sotto la guida di Bruno Casoni. Chailly «vince» anche la sua nuova sfida filologica: riportare alla Scala la versione originale dell’opera, andata in scena a Roma il 14 gennaio 1900, reintegrando otto passaggi poi modificati o espunti dall’autore. La fusione di musica e immagini infonde a questa Tosca una spettacolarità cinematografica. Nella regia di Davide Livermore, con le scene di Giò Forma e i video di D-Wok, la fedeltà storica ineludibile reinventa l’impatto visivo, in un continuo gioco di movimenti scenici ed effetti video. Il quadro della Maddalena, che Cavaradossi dipinge, cambia aspetto: è uno schermo di led in bianco e nero, che si colora al primo «tocco» del pennello. La scena si costruisce e si decostruisce costantemente: persino la cappella degli Attavanti entra, esce, ruota su se stessa: come ruota, insieme alla sgargiante processione, l’immensa raggera barocca che incombe sul Te Deum, con i candelabri che infine esplodono in lingue di fuoco. E tutta la chiesa di Sant’Andrea della Valle si alza e si abbassa, snudando il cupo sotterraneo dove «si annida» la di Scarpia, protagonista di un ingresso da film di fantascienza: in controluce, immerso in una nube di fumo giallastro.

Nel II Atto l’ufficio di Scarpia è popolato da un sinistro sincretismo di stili e rinvii simbolici, mobilio barocco, il «Leone cha schiaccia un serpente» (1833) di Antoine Louis Barye, quadri-video di taglio neoclassico sul cornicione, che si animano su «Vissi d’arte», come partecipi della preghiera. Al grido di Scarpia «Aprite le porte», di nuovo il palco si alza e svela, sotto, il nero delle prigioni, dove Cavaradossi viene torturato. Il dramma è violento. Scarpia getta a terra Tosca e cerca di violentarla, fermato solo dal rullo del tamburo in lontananza. E quando la protagonista lo uccide, la scena si prolunga: è uno degli otto passaggi della prima versione romana reintrodotti da Chailly. Su queste quattordici battute, nell’invenzione di Livermore, Tosca avanza e resta come esterrefatta; mentre alle sue spalle appare il suo «doppio», come il flash di un ricordo traumatico, un tableau vivant, la lama che scintilla nel buio… Dal campo lungo allo zoom: nel III Atto, con un nuovo senso di vortice e innalzamento, della «gabbia» di Castel Sant’Angelo, non resta che una immensa ala nera, che ruota di continuo e cui le proiezioni sembrano infondere vita: le piume si muovono, come l’ansito di un respiro, mentre sullo sfondo trascorrono le nubi, nella «luce incerta e grigia» dell’alba, come prescritto da Puccini. Cavaradossi canta il suo addio, il duetto d’amore consuma l’ultima illusione, lo sparo dei fucili la spegne nel sangue. Inseguita dai poliziotti, Tosca s’inerpica sulla grande ala nera per spiccare un volo che non è un precipizio: un fascio di luci e l’illusione scenica sembrano attirarla verso l’alto. Quasi un’assunzione in cielo: nel firmamento del teatro e della musica.

8 dicembre 2019 | 07:24

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