Luca Turchi: «Il mio primo Natale con un cuore nuovo. Vorrei incontrare la famiglia del donatore: e rendermi utile»

C’è chi non vive davvero nemmeno una vita. E poi c’è chi invece di vite ne vive più d’una, per le scelte che compie o per casualità. Anche Luca Turchi è rinato più volte. L’ultima il 5 aprile scorso, quando questo 62enne dallo sguardo buono e la chioma argentata ha ricevuto in dono un cuore nuovo. Il suo non era più in grado di funzionare a dovere, per via delle conseguenze di un infarto avvenuto 14 anni fa. Turchi, dirigente d’azienda a Mediaset, racconta le proprie vicissitudini sanitarie con abbondanza di particolari, quasi con distacco. Come molte delle persone che hanno trascorso diverso tempo in ospedale, usa termini medici, descrive con precisione problematiche varie e operazioni chirurgiche. Ne ha passate parecchie, non si è mai dato per vinto. «Sono romagnolo e da romagnolo ho reagito: senza mollare».

È a Cesena, in Romagna appunto, che comincia la prima, tranquilla vita di Luca Turchi. Liceo classico, laurea in Giurisprudenza a Bologna, qualche anno da avvocato civilista. Alla fine degli anni ’80 è già tempo di svolte. Luca decide di provare a entrare al master in Comunicazione d’impresa di Publitalia. Arriva tra i primi trenta candidati su 1600 e si trasferisce a Milano. Prende così avvio la sua carriera nella concessionaria di pubblicità del Gruppo Mediaset. Qui rimane fino al 1999 (con una parentesi a Orogel), quando viene chiamato al Biscione. In questo periodo Turchi è totalmente consacrato al lavoro. E la dedizione paga: il romagnolo ottiene incarichi sempre più importanti e impegnativi. Non c’è tempo per relazioni e quant’altro. «Sono stato a lungo uno scapolone», racconta il 62enne. 

È a letto, da solo a casa, quando una notte dell’ottobre 2005 inizia a sentire dei dolori sempre più intensi: alla pancia, allo stomaco, agli omeri. Suda freddo, si preoccupa. Chiama un amico medico, Alberto Zangrillo, per capire che cosa sta succedendo. Poco dopo è nel pronto soccorso del San Raffale, dove Zangrillo lavora come primario della Terapia intensiva. La diagnosi parla subito di infarto. Luca torna a casa con uno stent coronarico, un tubicino nel cuore che apre le arterie ostruite. Anche se fa tutto il possibile per recuperare, è affaticato. A Mediaset gli viene assegnato un ruolo prestigioso quanto il precedente ma meno stancante. Rallenta: e trova l’amore. Lei all’epoca lavora alla Camera di Commercio; è romana e ha due figli. Si conoscono durante una cena fra amici e colleghi e scatta subito qualcosa. Nel 2007 si sposano, due anni dopo viene alla luce la loro bambina.

«Quando i medici mi hanno detto che, presto o tardi, avrei dovuto affrontare un trapianto la bimba era appena nata. È stato un colpo duro», ricorda Luca. «Già dieci anni fa mi avevano messo in lista d’attesa, ma poi mi avevano tolto perché tutto sommato stavo bene. Facevo molto movimento: bici, camminate… Sono riuscito a vivere per 14 anni senza trapianto». La situazione però progressivamente si complica. Luca contrae una miocardite, un’infiammazione del muscolo cardiaco, che gli provoca degli scompensi al cuore. Prende peso, si stanca facilmente. E l’estate di tre anni fa capisce che è necessario intervenire. Accetta il suggerimento dei medici e si fa impiantare un Vad (ventricular assist device), un cuore artificiale collegato da un cavo a una batteria esterna di 3 kg da cambiare ogni 12 ore. «È una macchina che rompe un po’ le scatole», commenta l’uomo. «La borsa con la batteria va portata dappertutto (anche nella doccia), facendo attenzione che non si bagni e che non raggiunga temperature troppo alte o troppo basse».

Ma non finisce qui. Luca si ritrova di nuovo in ospedale, operato d’urgenza: a causa degli anticoagulanti che è costretto a prendere per far funzionare il Vad, gli è scoppiata la milza. L’ictus e, quindi, la semi paralisi del lato destro del corpo arrivano poco tempo dopo. Luca esce dall’ospedale in seguito a due mesi di ricovero. Ora che non ha più l’aiuto delle infermiere è costretto a prendere una persona che lo assista 24 ore su 24. Cade in depressione. Prova a frequentare qualche incontro tra persone con il Vad, ma ascoltare gli sfoghi altrui lo abbatte ancora di più. «Mi chiedevo: “Che vita è?”. Il supporto della mia famiglia è stato fondamentale. Mia moglie è molto pratica, ha una filosofia quasi orientale. E poi mi sono fatto aiutare da uno psichiatra. Ma la realtà è che sono un privilegiato: ho lavorato quasi sempre e così ho potuto tenere la testa impegnata. E ho avuto dei medici fantastici».

La ripresa è fatta di piccole conquiste quotidiane. «Quando mi sono accorto che riuscivo a muovere le dita del piede è stata una festa». Il fatidico momento del trapianto, intanto, si avvicina. Luca, che dopo l’impianto del Vad è stato messo di nuovo in lista d’attesa,  in seguito a un’infezione al cavo sternale a marzo viene inserito nel programma nazionale per le emergenze e ricoverato al Cardio Center del Niguarda (centro di eccellenza per la cardiologia sostenuto dalla fondazione A. De Gasperis, presieduta da Benito Benedini). «Il personale non voleva illudermi, ma ogni tanto passava qualcuno che mi diceva “Dai che ce la facciamo!”. Nello stesso tempo, però, l’idea dell’operazione mi metteva in ansia». Alla fine il gran momento arriva. È il 5 aprile scorso. «Sono entrati nella mia stanza di notte. Mi hanno detto di spogliarmi e rasarmi e ho capito che, forse, avevano trovato un donatore. Dico “forse” perché all’ultimo momento si potrebbe riscontrare un’incompatibilità». 

E invece va tutto bene. Luca si risveglia col suo cuore nuovo. «Dopo l’operazione ho subito chiesto chi dovessi ringraziare. Provavo una gratitudine immensa per il donatore e la sua famiglia, se volessero incontrarmi ne sarei molto felice», dice, commosso. «È un miracolo, hai una parte di un’altra persona che ti batte dentro. Credevo che mi sarei sentito in colpa, ma grazie all’aiuto dei medici sono riuscito a diventare fatalista e ho accettato che fossi in vita perché qualcuno era morto. È una consapevolezza che ti accompagna sempre, insieme al desiderio di poter far qualcosa per chi è in lista d’attesa e per la famiglia del donatore. Ecco, ora sto cercando il modo di rendermi utile». 

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Da quando è uscito dal Niguarda Luca sta molto meglio: fa fisioterapia, va in palestra, cammina a lungo senza stancarsi e sta prendendo la patente B speciale. Anche il carattere è migliorato rispetto al passato, assicura lui: ora è «meno spigoloso». E per la prima volta dopo diverso tempo riuscirà a trascorrere le feste di Natale con la propria famiglia: prima, soprattutto per il Vad, preferiva evitare di viaggiare. Quest’anno invece potrà andare a trovare sorella e genitori in Romagna e seguire moglie e figli a Roma dai parenti senza l’incubo della famigerata “borsetta”. «Sono emozionato. Gli ultimi anni sono stati tormentati. Ma, per una volta, la mia vita è meravigliosamente in discesa».

18 dicembre 2019 | 15:24

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