Crollano le nascite, boom di stranieri e i (nuovi) grattacieli-icona in arrivo

Una città che cresce, ma dove nascono pochissimi bambini. Una città dove è tornato di moda il matrimonio, anche se pochissimi scelgono poi di sposarsi in chiesa. Una città dove gli stranieri supereranno quest’anno la quota simbolica del 20 per cento del totale dei residenti. Un milanese su cinque non è in pratica «italiano».

Contraddizioni e paradossi di una metropoli che si specchia nel suo profilo europeo e che festeggia per il secondo anno di fila il primato nazionale per qualità della vita. Una città che negli ultimi dieci anni ha cambiato volto perché è cambiato quello di gran parte dei suoi abitanti. Nel 2010 Milano aveva 82mila residenti di meno. È come se una città delle dimensioni di Pisa avesse, nell’arco di un decennio, traslocato nei confini comunali. Secondo le proiezioni demografiche, tra un decennio si arriverà (si tornerà, sarebbe meglio dire, visto che alla fine degli anni 70 la città sfondò quota 1,7 milioni) a superare il milione e mezzo di abitanti. Eppure Milano non fa eccezione, rispetto al resto del Paese, in quanto a natalità. Anzi. Nel 2010 sono nati 12.606 bambini, quest’anno — i dati sono aggiornati al 29 dicembre — solo 9.671. Ed è la prima volta che si scende sotto quota diecimila. Un crollo. Il 23,3 per cento in meno in dieci anni.

Culle vuote, città piena. Il fenomeno si spiega almeno in parte con l’aumento degli stranieri. Un’ascesa che invece non conosce crisi. Più 23 per cento, quasi a voler compensare, persino aritmeticamente, il calo di nuovi nati. Oggi i milanesi che provengono dall’estero sono 281.488 su un totale di 1.404.239. Dieci anni fa gli stranieri erano «solo» 217.284, il 16 per cento degli allora residenti. La graduatoria delle nazionalità piu presenti è invece quasi invariata rispetto al decennio scorso. Al primo posto, ora come allora, ci sono i filippini (33.745 nel 2010, 35.361 oggi), al secondo si confermano gli egiziani che sono però in decisa crescita e oggi pregustano il sorpasso(34.956) e in ascesa è anche la comunità più antica della città: i cinesi oggi sono più di 27 mila, mentre non arrivavano a 19 mila dieci anni fa. Quarto posto confermato per i peruviani, mentre in quinta posizione la comunità dello Sri Lanka scalza quella dell’Ecuador. Ma la crescita complessiva della presenza straniera non basta a spiegare l’incremento demografico. L’altra parte di verità è che in questi anni Milano ha attratto abitanti dal resto d’Italia. Dal Sud, da Roma, ma anche da tutto il Nord, persino dall’adiacente Brianza: il saldo tra arrivi e partenze è largamente in attivo. Milano attrae cervelli e competenze.

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2010

Altro dato sorprendente è quello dei matrimoni. Che non calano e anzi aumentano di un soffio, anche se tre su quattro sono ormai celebrati in municipio. Mauro Magatti, professore di Sociologia in Cattolica, offre una triplice lettura dei dati. «Colpisce intanto il dato demografico: se sono così pochi i nati persino in una città in salute come Milano, c’è qualcosa di molto profondo nella crisi italiana». E gli stranieri? «Continuano a crescere, eppure Milano non ha un’emergenza criminalità. Questo ci dovrà pur dire qualcosa». E poi c’è una questione più economica. «Gli stranieri vengono qua perché c’è lavoro. In modo indiretto, vanno a riempire dei buchi». «Il numero dei matrimoni in chiesa è invece impressionante — continua Magatti — . La caduta del riferimento religioso negli under 35 è una tendenza molto marcata».

Crollano i matrimoni cattolici, ma crollano anche le unioni civili, introdotte nell’estate del 2016. I primi due anni fu un boom: 221 unioni celebrate a Palazzo Reale nel secondo semestre del 2016 e 388 l’anno successivo. Nel 2018 il primo stop con 249 funzioni, quest’anno il tracollo: 59. Fabio Pellegatta, presidente milanese di Arcigay, nega però che si tratti di un istituto già «in crisi». «Tutt’altro. Il numero iniziale molto elevato di cerimonie testimonia semmai della lunga attesa di molte coppie che da anni sognavano un pubblico riconoscimento alla propria unione. Il calo successivo è quindi fisiologico. Come comunità lgbt non possiamo che trarre un bilancio positivo delle unioni civili: hanno cambiato la cultura di questo Paese».

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