“Un 2020 da ecosostenibili senza diventare ecoinsopportabili”: da Greta a San Siro, l’anno che finisce e quello che ci aspetta

E anche questo 2019 lo mandiamo in archivio, entrando nel 2020 che, già dal numero, ci pone un monito-quesito ben definito: 20+20 si lascia o si raddoppia? La tentazione di lasciare verrebbe spontanea, dopo un anno passato ricevendo avvisi e rimproveri di ogni genere; dall’Europa perché si risparmia poco, dal Governo perché si evade troppo e da Greta perché ci si preoccupa troppo poco dell’ambiente in cui viviamo. Il clima invece, più che rimproverarci verbalmente, ci ha avvisati materialmente con una serie di calamità atipiche, mandando diluvi fuori stagione e inquietanti fioriture invernali. Oppure raddoppiare sia gli sforzi che l’impegno per salvare quel che resta del mondo e noi stessi di conseguenza?
 
Milano 2019, un anno di foto
Io sono nato e vivo a Milano da sempre, per cui parlo di questa città, dove qualcosa si è già fatto e si sta facendo da tempo, anche se sembra sempre poco rispetto alla velocità con cui clima, ambiente e pianeta stanno caracollando inevitabilmente verso un non auspicabile destino. La sensazione, come cittadino milanese e abitante di un pianeta se non proprio gravemente malato sicuramente non in salute, è quella di ogni fine anno, quando si fanno i buoni propositi  per l’anno successivo e poi ci si accorge già a metà febbraio che non si possono perdere 10 chili se si va in palestra una volta alla settimana e se poi mentre si studia l’inglese di notte si svuota il frigorifero e alla fine, frustrati e satolli, ci si addormenta sul libro degli esercizi ancora sulla pagina “The window is open and the book is on the table”.
 
Milano, come altre città, ha vissuto un 2019 di costante allerta psicologica. Non so voi, ma io mi sono sentito veramente in colpa ogni volta che incrociavo in tv lo sguardo di Greta che, lodevolmente sia chiaro, sembrava rivolgersi proprio a me, ricordandomi che sbagliavo a mettere la plastica degli alimenti insieme all’umido (per distrazione, non per dispetto: lo giuro), oppure quando ho alzato la manopola della caldaia sopra i 20 gradi invece di mettere un maglione in più in casa. Non parliamo poi di quelle poche, pochissime volte in cui ho usato la macchina diesel per portare mia mamma a fare una visita al cimitero, dato che quella elettrica a zero emissioni è così piccola che se ce la faccio salire poi non scende più, sia per via delle misure che delle protesi bioniche che ha addosso, dall’anca al ginocchio (temo plastiche anche loro, ahinoi, ma inserite dieci anni fa, quando ancora non si parlava di emergenza).
 
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Il clima che si è creato, e per una volta non parlo di quello atmosferico ma di quello relazionale tra le persone, non è dei migliori. In alcuni condomini sembra di essere nella DDR di tanti anni fa, prima della caduta del Muro: nascono e si moltiplicano le piccole Stasi condominiali, ovvero Polizie segrete composte da zelanti delatori e da fedeli seguaci del ‘Clan della borraccia termica’ che ti seguono quando vai a buttare il pattume e poi rovistano nei bidoni alla ricerca di un’etichetta o di un vasetto di yoghurt che ti possa far incriminare davanti all’Assemblea come ‘Untore della plastica mal riposta’.
 
 Per strada non ne parliamo, quando sei al semaforo e ti scappa il piede sul gas senti gli occhi dei passanti perforarti, anche quelli dei Ciclisti che già ti odiano perché hai la macchina e sei al caldo. Se poi sgasi pure loro, passando anche in contromano e al cellulare, cercano quasi inconsciamente (quasi) di rigartela la macchina, col pedale a rostro, proprio come quello delle antiche navi da guerra, che solcavano e si affondavano a vicenda ma ancora in mari puliti, beate loro. E la sensazione di inadeguatezza che si prova quando, dopo aver guardato nello specchietto cercando invano un parcheggio in centro, ti sfrecciano  a fianco i monopattini elettrici, neri e silenziosi come le Ombre della Notte ,oppure gli overboard, con o senza trespolo, e altre diavolerie che sembrano uscite da un film di Harry Potter e ti costringono a cambiare percorso, cercando il sospirato  parcheggio nascosto in periferia o in una strada defilata dove non ti si veda guidare un mezzo inquinante come purtroppo è ancora la Tua macchina. (Vergogna!)
 
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I cantieri poi, croce e delizia della città. Per noi Milanesi ormai vale la regola “Ogni cantiere è bello a casa tua”, ovvero se lontano da casa propria. E sì, perché se è altrove, oltre a impolverare gli altrui balconi e frantumare gli altrui maroni, dalle 7,30 (sabato incluso) con lancinanti strepiti di escavatrici che ricordano le lotte dei T-Rex nel Giurassico, fa parte dello sforzo per abbellire la città e renderla moderna e competitiva. Se invece è nel raggio di 300 metri da casa, allora diventa “l’ennesima opera inutile che ci priva di quel poco di verde rimasto in una Milano che soffoca”. Di buono c’è che con i cantieri si creano posti di lavoro e posti di osservazione. Il lavoro per le maestranze di oggi, variopinte e cosmopolite, e l’osservazione per i noster vegett, i nostri pensionati che oggi, grazie ai cantieri della Linea 4, delle nuove aree residenziali ed ex stazioni e scali ferroviari, potranno organizzare dei veri e propri tour di Build Watching, a diretto contatto con la polvere e le gru, partendo da casa alla mattina e rientrando, se va bene, due giorni dopo. Il cantiere finale, il Master del Build Watching, dovrebbe essere lo Stadio Meazza, secondo alcuni da abbattere e ricostruire nello stesso posto, con logiche da Shanghai, solo per vedere come viene quello nuovo e per dare ai nostri concittadini anziani la possibilità di raccontare ai nipoti le leggende su com’era una volta San Siro, quando si parcheggiava in piazzale Lotto, si prendeva il bus per lo Stadio, stretti come sardine (meno propositive di quelle odierne, però), non si passavano tornelli elettronici ma si scavalcava per salire ai popolari o si entrava gratis nel secondo tempo anche ai distinti, magari solo per sentire i gol di Corso, Facchetti e Rivera, dato che per vederli, con la scighera densa come il latte, ci sarebbe voluto il radar o un GPS, che non era stato ancora inventato, e infatti a quei tempi quando non si trovava la strada si scendeva e si chiedeva al bar o all’edicola. Ma era così bello perdersi per Milano, o camminarci, anche a fatica, come quel 24 gennaio 1985, dove si vedeva solo il fiato, nella neve fino al ginocchio e nel silenzio irreale della città, con tanta voglia, ma senza nemmeno la forza, di imprecare. Così, semplicemente andando avanti.
 
Possiamo diventare un Paese che cerca di migliorare combattendo le cattive abitudini, un passo dopo l’altro e compatibilmente con le esigenze che ogni cambiamento radicale di abitudini porta con sé, oppure diverremo degli Integralisti Ambientali, oppressi da un atavico senso di colpa verso il Pianeta intero per non averci pensato prima (“Ma prima quando? Prima”, come diceva Enzo Jannacci). Anche oggi dunque, di fronte a queste sfide ambientali che il 2020 ci propone, cerchiamo tutti quanti di andare avanti e di esser più EcoSostenibili senza però diventare Ecoinsopportabili. E senza cercare poi di fare i furbi, come con la dieta o l’inglese, facendo attenzione che Greta ci vede e poi saranno fatti nostri. Se le rubiamo i suoi sogni, lei poi potrebbe poi apparire nei nostri incubi.
Milano, l’alt dei vigili: no ai monopattini elettrici in Galleria
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