Via Bassini, il rettore del Politecnico: «Il taglio degli alberi? Decisione impopolare, ma non arretriamo»

Città Studi, che un paio di anni fa lottava per non far «fuggire» le università nell’ex area Expo, oggi è sulle barricate perché il Politecnico vuole costruire laboratori di Chimica al posto di un’area verde. Il tema della protesta è passato dalla desertificazione del quartiere alla sua cementizzazione. A fronteggiare i manifestanti schierati in difesa dei 57 alberi di via Bassini c’è Ferruccio Resta, rettore alla guida di un ateneo da 44 mila studenti, 1.400 docenti, 2 mila tra dottorandi e ricercatori. Resta rivendica la responsabilità di «una decisione impopolare e difficile, la più difficile che ho dovuto prendere nel mio mandato finora».

Rettore, perché allora si è reso «antipatico» dando il via libera al taglio di 35 piante e al trasloco di altre 22?
«Abbiamo dato la disponibilità ad aumentare le compensazioni per gli alberi abbattuti. Abbiamo stanziato 200 mila euro in più e in commissione Ambiente a Palazzo Marino ho detto che siamo pronti a fare molto di più. Ma non siamo disponibili a rimettere in discussione un progetto col rischio che si areni. Le scuole, le università sono infrastrutture, si devono fare anche se ci sono persone contrarie. Ma non ci si può basare sulla popolarità per prendere le decisioni».

A cosa servirà l’edificio in via Bassini?
«Il Politecnico ha deciso di investire 40 milioni di euro in strutture di ricerca. Quella di via Bassini ospiterà laboratori di Chimica che oggi non abbiamo. Il tutto sorgerà su un’area verde di 5-6 mila metri quadrati di nostra proprietà. Se non modernizziamo l’università, perderemo studenti e ricercatori che se ne andranno altrove. Agli atenei oggi non basta la qualità degli insegnamenti: servono aule attrezzate, campi sportivi, studentati. E io non sono disponibile a fermare lo sviluppo del Politecnico».

D’accordo, ma questi laboratori non si potevano realizzare in un altro spazio?
«La scelta di mantenerli in Città Studi corrisponde all’impegno preso per non svuotare il quartiere, come si temeva nel momento in cui la Statale ha deciso di trasferire nell’ex area Expo parte delle sue facoltà oggi ospitate qui. Come ente pubblico non possiamo acquistare un’altra area, avendone una nostra. Neppure è possibile aspettare di occupare gli edifici che lascerà la Statale: sono vecchi e inadeguati a nuovi laboratori.

Qualcuno aveva suggerito di spostare il tutto un po’ più in là, dove oggi si trova l’ex reattore nucleare.
«Qui nel 2017 è iniziato il decommissioning. Il processo è avviato, il fascicolo è in mano a vari Ministeri. Anche se si costruisse qui, qualche albero andrebbe sacrificato. Ma è stata una precisa scelta quella di realizzare i laboratori dove oggi c’è l’area verde di via Bassini: la palazzina sarà in continuità con il dipartimento già esistente di Elettronica, il progetto ricorda le corti milanesi. E al posto del reattore sorgerà un grande parco».

Torniamo agli alberi. Il 2 gennaio sono ripresi i lavori per il taglio delle piante. Perché gli operai erano accompagnati dalle forze dell’ordine?
«Il 6 dicembre a Palazzo Marino ho dato la disponibilità ad aumentare le piantumazioni compensative e a valutare di spostare tutte le 57 piante coinvolte, non solo le 22 inizialmente scelte, a patto di poter proseguire coi cantieri. I manifestanti invece hanno continuato nei giorni successivi a impedire agli operai di lavorare. Per questo, d’accordo con la ditta, abbiamo segnalato alle forze dell’ordine di voler riprendere i lavori con l’anno nuovo, col taglio delle 35 piante e il trasloco di 22».

E le compensazioni?
«Già da questa primavera pianteremo 126 alberi, li ha scelti Renzo Piano. I 22 traslocati andranno in via Bonardi. Al termine dei lavori nel campus Leonardo ci saranno 242 piante in più e, come detto, siamo disponibili ad altre piantumazioni dove ci indicherà il Comune».

A proposito di Comune, i manifestanti puntano il dito anche contro Palazzo Marino e il Pirellone.
«La responsabilità è solo mia, questa decisione non mette in dubbio le politiche ambientali né di Milano né della Lombardia».

La protesta, in effetti, è partita dai docenti. Ci vede una critica al suo operato?
«Una parte dei colleghi ha ottenuto che il progetto passasse una seconda volta in Senato accademico. Poi il tema è uscito dall’ateneo e ha coinvolto la città. Sicuramente c’è un’opposizione al mio operato, è una cosa naturale e buona, aiuta a correggere gli errori. Poi ci sono modi e modi di fare opposizione, ma non voglio fare polemica».

8 gennaio 2020 | 20:32

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