No all’archiviazione per i “writer del metrò” di Milano. Il giudice: vanno processati

Erano stati indagati con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al danneggiamento e all’imbrattamento di treni della metropolitana di Milano: per 11 writer della crew WCA (“ We can all”, una delle più note nel mondo)  il giudice Guido Salvini ha respinto l’archiviazione e chiede che la procura faccia una richiesta di rinvio a giudizio. Le perquisizioni a casa di alcuni degli indagati risalgono al 21 maggio del 2016, quando gli agenti della polizia municipale trovarono nei computer una grossa quantità di dati informatici: fotografie, filmati, chat in cui il gruppo rivendicava le sue azioni e coordinava le uscite. Un gruppo che operava a livello internazionale, alcuni di loro infatti non sono italiani. A Milano l’obiettivo principale della crew era la linea verde della metropolitana che veniva colpita con azioni di cosiddetto “Back Jump””cioè con azioni improvvise durante la fermata di un convoglio, ma anche su treni fermi in deposito in orario notturno.

Ogni “colpo” veniva pianificato con cura: “Le principali azioni erano programmate in modo metodico e con una precisa ripartizione dei ruoli — scrive il gip Guido Salvini nel documento con cui ordina una imputazione coatta —. Alcuni si occupavano di trasportare un gran numero di bombolette, altri controllavano la zona, altri si occupavano di bloccare la chiusura delle porte dei treni o di sradicare gli allarmi anche mediante chiavistelli. Subito dopo altri ancora intervenivano materialmente e in sincronia occupandosi in genere ciascuno di comporre un singolo carattere o disegno di ogni grande scritta. Altri soggetti infine avevano il compito di filmare l’intera azione”. Nell’informativa della polizia locale, ci sono anche diverse fotografie scattate dagli stessi membri della crew che li riprendono sul posto, davanti ai treni o sui binari, ma ci sono anche scatti dei vari tatuaggi con la scritta WCA che alcuni membri della crew si sono fatti sulle braccia. I writer facevano anche dei video ai blitz che immortalavano le loro “gesta” e che venivano poi venduti in negozi di settore.

Per il gip gli undici, che avevano fatto un patto, hanno commesso “un numero indeterminato di reati” e si erano dati “una struttura organizzativa caratterizzata anche da una suddivisione gerarchica e da una ripartizione dei ruoli. Tale situazione, cui si aggiungono i contatti internazionali testimoniati dalle chat, rende del tutto concreta la sussistenza del reato di associazione per delinquere in ordine al quale deve essere richiesto al pubblico ministero di predisporre l’imputazione”.
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