Coronavirus, in Lombardia primi segnali di rischio della Fase 2: «Su Milano massima allerta»

Nel grafico si distingue un’ampia zona verde («territorio» dell’«attenzione»). Più in alto, un’area gialla (allerta/preoccupazione). Il barometro per capire l’andamento dell’epidemia è invece la linea arancione che corre sotto le aree colorate, e rappresenta la quota giornaliera dei nuovi casi «positivi» al Covid-19 nella zona coperta dall’Ats di Milano (città e provincia, più Lodi). Casi accertati, più casi segnalati in attesa di tampone. Sommati, rivelano se l’epidemia è in espansione, o al contrario se resta statica. Per ora, e sono passati appena 12 giorni dall’allentamento del lockdown, quella linea si sviluppa ancora sotto le aree colorate, non le invade, le lambisce, qualche giorno rimane sotto le previsioni, qualche giorno invece le supera. Il primo monitoraggio sull’andamento della «Fase 2» fatto dai tecnici dell’autorità sanitaria lombarda arriva fino al 12 maggio. Poco tempo, per ora. Ma si legge qualche fibrillazione (minima), in un quadro che più esperti consultati dal Corriere definiscono intorno a due elementi. Se l’epidemia dovesse tornare a crescere, ed espandersi (o al contrario inabissarsi) lo sapremo non prima di altre due settimane. E soprattutto: Milano è l’epicentro della preoccupazione nazionale, perché se i nuovi focolai partissero nel capoluogo lombardo (finora non del tutto investito, nonostante gli oltre 3 mila morti) la gestione della seconda ondata potrebbe tornare a livello critico.

E allora, quali sono gli elementi di fibrillazione? Partendo da una base di circa 900 casi al momento della riapertura, il 4 maggio, gli scenari «negativi» contemplano un aumento progressivo del 10 per cento (area verde) e del 20 per cento (area gialla). La demarcazione principale è quella dell’R(t), quindi l’indicatore che misura la forza espansiva della malattia. Se quel valore resta a 1, vuol dire che ogni malato infetta in media solo un’altra persona, e dunque l’epidemia è contenuta, e si presume in fase di ritirata.

Per approfondire

Per il momento, considerando solo i nuovi casi accertati con il tampone, su Milano l’R(t) è allo 0,65 (ampiamente sotto controllo). Ma se si considerano anche i casi segnalati (cioè i probabili malati indicati dai medici e per i quali si attende il tampone), l’indicatore sale a 0,91. L’aspetto chiave è che, pur se con andamento moderato, a partire dal 4 maggio l’R(t) si sta lentamente rialzando e riavvicinando all’1. «Ma quello che sta davvero accadendo in questi giorni — avverte Carlo La Vecchia, epidemiologo e docente di statistica medica all’università Statale di Milano — lo vedremo soltanto intorno a metà giugno. Nelle case lombarde ci sono ancora molti casi di Covid e oggi, passata la fase critica, il 118 e il sistema sanitario hanno un monitoraggio corretto, dunque si scoprono più casi che nei mesi scorsi rimanevano “sommersi”. Al momento il sistema è in grado di seguire di più le persone, di curarle prima e meglio, e di accettarle in ospedale, se necessario, in tempi rapidi. Sarà il punto decisivo per le prossime settimane. A marzo la mortalità è aumentata molto perché i malati andavano in pronto soccorso in condizioni già critiche e venivano presi in carico con grande ritardo».

Su questo quadro è necessario considerare due elementi. Un’incognita e un profilo di rischio. La prima: una delle principali insidie del coronavirus è che tra momento del contagio e primi sintomi possono passare molti giorni, da una media di 5/6 a oltre due settimane. Significa che ogni volta che si tenta di scattare un’istantanea sulla circolazione del virus, si scopre non quello che sta accadendo nel presente o nel passato recentissimo, ma quel che è accaduto circa due settimane prima. Dunque oggi a Milano (anche perché il numero dei tamponi fatti dalla Regione sta aumentando parecchio) le autorità stanno scoprendo ciò che risale all’ultima fase del lockdown e (forse, in piccolissima parte) appena dopo. Se dunque ogni lettura epidemiologica, per quanto raffinata e approfondita, sconta questo ritardo temporale, gli analisti fanno massima attenzione a ogni minimo segnale di allerta: proprio perché potrebbe nascondere un aumento di contagi in divenire, non si sa quanto ampio, e che si manifesterà più avanti. Dato che nella natura di questa incognita si annida il profilo di rischio, tutti i tecnici guardano a quei segnali con una concentrazione primaria su Milano: perché nel capoluogo lombardo il coronavirus è circolato, ha fatto danni, ma in modo non devastante. La percentuale di popolazione già contagiata non supera il 10 per cento (è quel che dicono sia le stime, sia i primi risultati degli screening con i test sierologici), e dunque la platea delle potenziali vittime del virus è ancora molto vasta.

16 maggio 2020 | 07:00

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