Inchiesta sui morti di coronavirus al Trivulzio, medici e infermieri: “Noi assenteisti? Falso, colpa dei tamponi non fatti”

“Abbiamo aspettato settimane per rientrare al lavoro perché nessuno si degnava di farci un tampone. In questi reparti abbiamo sputato sangue mentre nessuno ci proteggeva. Ora scaricano la colpa su di noi”. È uno sfogo pieno di rabbia e amarezza quello che rimbalza fra i corridoi del Trivulzio. La voce è quella di medici e infermieri che nei mesi scorsi hanno vissuto quello che stava succedendo al Pio Albergo durante la pandemia. E ora accolgono come una beffa quella relazione della commissione di verifica che punta il dito proprio su di loro: operatori sanitari e sociosanitari che lavorano alla Baggina, accusati di “marcato assenteismo” nei momenti più critici del lockdown e delle morti degli anziani.

“Durante quei mesi maledetti se tu stavi in malattia tre giorni ne dovevi aspettare altri quaranta per poter rientrare, perché nessuno veniva a farti il tampone. C’erano decine di dipendenti che chiedevano di poter rientrare a cui veniva scritto che dovevano rimanere a casa”. A parlare è Pietro La Grassa, infermiere e delegato della Cgil. “Dicono che solo il 9 per cento degli operatori sono stati congedati per infortunio e segnalati all’Inail per contagio da Covid, peccato che i tamponi su tutto il personale siano arrivati solo a fine aprile. E allora come si spiega che negli stessi giorni, nei loro bollettini, segnalavano 221 operatori malati in attesa del tampone per tornare?”. Franco Ottino, anche lui infermiere del Pat e sindacalista Cisl, parla di colleghi che sono rimasti in attesa anche due mesi. “Ce l’aspettavamo, cercano un modo di scaricare le colpe”. Lui è uno dei dipendenti che hanno presentato un esposto in procura su questa vicenda. Non è il solo. Ed erano state 140 le firme scritte sotto a una lettera, inviata a fine aprile al ministero della Salute, al sindaco e alla procura, in cui proprio il personale sociosanitario denunciava di essere stato lasciati solo, “senza direttive che prevedessero protocolli aziendali diagnostico terapeutici, univoche direttive sul trattamento dell’epidemia e delle norme di isolamento”.

Hanno citato i colleghi “redarguiti e obbligati a togliere le mascherine”. Medici e infermieri che compaiono in quella lettera parlano di un clima pesantissimo nei confronti di chi ha parlato in queste settimane. Di vendette dall’alto, ritorsioni, spostamenti punitivi, in questa struttura dall’anima spaccata e fedelissimi ai vertici che stanno quasi tutti sotto a un’unica sigla sindacale, la Uil. “Per giorni chi comanda qui dentro è stato occupato dalle ispezioni, dai giornali – racconta una dottoressa – . Appena si è sopito tutto, sono tornati a mostrare il volto autoritario di prima. E ce la stanno facendo pagare”. Ora tutte le speranze stanno nelle indagini della procura. Nel frattempo, critiche sulle conclusioni della commissione di verifica dell’Ats, voluta dalla Regione, arrivano anche dal Pd: “In questa situazione, incredibilmente, nonostante il Pat fosse in carenza di personale, la Regione vi ha trasferito ben 140 persone. E come li curavano?”, commentano Carlo Borghetti e Carmela Rozza, consiglieri regionali.


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