Addio alla signora della Milano borghese che credeva nell’ambiente e nei giovani

Se n’è andata Giulia Maria Crespi. La chiamavano “La zarina”, ma era una sorta di regina della Milano borghese. La sua casa bellissima, in corso Venezia, si apriva per pranzi e cene e per “convivi” dove arrivavano anche centinaia di invitati. Aveva superato malattie, dolori, perdite, lutti, ma da quando era morto per incidente stradale due mesi fa il figlio Aldo, a 65 anni, lei che ne aveva quasi trenta di più, non s’era ripresa. Mancherà a moltissime persone, perché era capace di mescolare grandi dolcezze e grandi ascolti a una sorta di “polso fermissimo”. Le sue ultime battaglie erano green: contro il glisofato, per l’agricoltura biodinamica, contro le multinazionali del cibo. Minuta, con la vista quasi spenta, camminava eretta, scortata da amiche o da una sorta di dama di compagnia. E, sotto Natale, quando regalava un concerto agli amici, nel magnifico salone di casa sua, finiva spesso con un discorso. L’ultimo era stato a favore delle “Sardine”, non in quanto tali, ma perché sentiva il bisogno di parole democratiche da parte dei giovani e sperava che riecheggiassero con maggiore forza in un mondo di “odiatori”, di sovranisti che voltano le spalle ai bisogni e alle speranze del mondo. Il concerto aveva una “ripetizione” negli anni: l’inno alla Gioia, perché Giulia Maria Crespi, che con l’eredità avuta avrebbe potuto avere una vita agiata e serena, non aveva sepolto i talenti.

Aveva preso il Corriere della Sera in una stagione difficile e con Piero Ottone direttore l’aveva cambiato. Era entrata poi nel consiglio d’amministrazione del Gruppo Espresso. E, quando c’era la semina alla Zelata, la sua cascina con terreni perfetti verso Pavia, era come se anche lei volesse rinascere. Giorgio Bocca le dedicò un articolo molto divertente, giocando su questa sua voglia di agricoltura, ma in fondo era solo bisogno che coltura e cultura in qualche modo andassero un po’ più d’accordo. Quando venne aperto per pochi il Cenacolo – un’iniziativa del Piccolo teatro, con Sonia Bergamasco che recitava e il pubblico che ascoltava in cuffia la storia di come durante la seconda guerra mondiale l’opera di Leonardo venne protetta – era seduta davanti. Non perdeva queste occasioni, amava Milano e l’ha interpretata come pochi. Anzi, è probabilmente l’ultima persona gentile e potente, allegra e durissima, che rappresenta quell’epoca. Era rimasta solo lei, dopo la morte di Inge Feltrinelli, spesso sua ospite, a saper mischiare i molti ambienti che sono il vero nutrimento di una città meritocratica com’era e in fondo com’è ancora Milano. Una leggenda vuole che la regina d’Inghilterra volesse i suoi Canaletto, che campeggiano in una delle sale del salotto-labirinto, carico di poltrone, vasi, tele, lampade. Ovviamente, la regina di Milano se li era tenuti.
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