Inchiesta sui camici, perquisizioni della Guardia di Finanza nella sede della Dama spa

I militari del Nucleo Speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza, su delega della Procura di Milano, stanno effettuando perquisizioni presso la Dama spa, l’azienda di cui è titolare ad Andrea Dini, il cognato del governatore lombardo Attilio Fontana, e che è al centro del caso camici in Lombardia in cui risultano entrambi tra gli indagati.

Da quanto si è appreso, le Fiamme Gialle stanno cercando elementi probatori relativi alla mancata consegna di 25 mila camici avvenuta dopo che la fornitura di 75 mila pezzi si è trasformata, nelle intenzioni dichiarate, in donazione.

Intanto dalle indagini è emerso che è stato l’ufficio legale di Aria, la centrale acquisti di Regione Lombardia, a dare il parere negativo e quindi a non accettare la donazione di camici da parte della Dama. Donazione di “non modico valore” che, secondo il codice, necessita dell’atto pubblico notarile e della presenza di due testimoni. Quindi non era sufficiente la mail mandata da Andrea Dini lo scorso 20 maggio all’allora dg di Aria Filippo Bongiovanni per revocare il contratto di fornitura. Bisognava seguire una procedura più complessa, in mancanza della quale è  ancora operativo l’ordine al centro dell’inchiesta. In più, a contribuire al rigetto del cospicuo regalo è stato anche il conflitto di interessi che, in base all’ipotesi investigativa, sarebbe stato nascosto.Intanto oggi i pm Luigi Furno, Paolo Filippini e Carlo Scalas, titolari del fascicolo con l’aggiunto Maurizio Romanelli,  si sono riuniti più volte per fare il punto della situazione in vista dei prossimi passi dell’indagine in cui tra gli indagati per frode in pubbliche forniture figura Fontana, oltre a Dini, Bongiovanni (entrambi accusati anche di turbata libertà nella scelta del contraente) e a una funzionaria di Aria. Ieri avrebbero concluso un primo giro di audizioni e tra le le persone ascoltate, da quanto si è saputo, accanto  ai tecnici della Consip lombarda, è stato convocato anche un fornitore di tessuti per camici.

Se da un lato  il cuore dell’inchiesta riguarda la fornitura con tutte le sue anomalie, dall’altro la Procura  ha acceso un faro sul conto in Svizzera con depositati 5,3 milioni del presidente della Lombardia. Si tratta di una somma scudata nel 2015 proveniente dai conti associati a due trust alle Bahamas creati dalla madre del presidente della Lombardia: uno che risale al 1997 il cui capitale nel 2005 è confluito in un secondo trust gestito da una fondazione a Vaduz nel Liechtenstein sulla quale, oltre alla madre, aveva l’operatività pure Fontana. L’esistenza del patrimonio milionario detenuto alla Ubs di Lugano (Fontana è stato multato dall’Anac per aver omesso la dichiarazione dello stato patrimoniale relativa al 2016, quando era ancora sindaco di Varese)  è emersa proprio  perché dal conto elvetico di Fontana sarebbe dovuto partire il bonifico di 250 mila euro, poi bloccato in quanto operazione sospetta dall’Uif della Banca d’Italia, a titolo di risarcimento al cognato per il mancato profitto derivato dalla trasformazione della fornitura in donazione.


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