Milano, il venditore di rose buttato nelle acque della Darsena ha trovato un lavoro

È bastato meno di un mese per trasformare una triste notizia di cronaca cittadina in una storia di generosità che ha coinvolto decine di persone, non solo milanesi. Dalla notte dell’11 luglio, quando Sahabuddin Chokdar è stato spinto senza un motivo nelle acque della Darsena con le rose che provava a vendere sui Navigli, è partita una gara di solidarietà tra i lettori che oggi permette di immaginare un futuro migliore per il venditore di rose bengalese.

Repubblica, assieme alla Caritas Ambrosiana, ha lanciato una campagna di raccolta fondi e fino a ieri — quando è arrivato l’ultimo contributo di 50 euro — sono stati raccolti 6.459 euro da 99 lettori. In più, Sahabuddin ha trovato un’occupazione. Sta per iniziare a lavorare al ristorante Oyster e Samba di via Poliziano. Nei giorni scorsi ha incontrato il titolare, Douglas Di Modica, uno dei primi a scrivere a Repubblica e a rendersi disponibile ad aiutarlo. “C’è stata una grande risposta da tante persone — dice con soddisfazione il direttore di Caritas Ambrosiana, Luciano Gualzetti — . È importante far sapere che le risorse raccolte saranno utilizzate per il futuro di Sahabuddin e della sua famiglia”.

L’uomo, 55 anni, partirà con un contratto part time come lavapiatti e addetto alle pulizie, un impiego nel ristorante che renderà più facile rinnovare il suo permesso di soggiorno, ora per motivi umanitari. “Un impiego stabile può aiutarlo a regolarizzare i documenti e a immaginare un piano di ricongiungimento familiare, cercheremo di assumere anche uno dei figli, se vorranno venire in Italia — dice Di Modica —. Solo così potremo dare una svolta alla vita di questa persona che mostra negli occhi un forte segno di sofferenza. Sono consapevole che ci saranno dei grossi ostacoli linguistici, ma mi assumo l’impegno e non lo abbandonerò”. Sahabuddin non parla italiano, non ha frequentato la scuola nel suo Paese d’origine, dove ha lavorato sin da piccolo nei campi. Per questo i volontari pensano di affiancare al lavoro un percorso di studio della lingua che possa aiutarlo nell’inserimento in Italia.Dopo le tante offerte di aiuto arrivate, i volontari del servizio Accoglienza migranti della Caritas hanno incontrato Sahabuddin per capire quale può essere il modo migliore per aiutarlo. Lui ha raccontato della sua famiglia che vive a Madaripur, nella regione di Dacca, in Bangladesh. Lì ha lasciato i genitori anziani, la moglie e i cinque figli, che non vede ormai da otto anni. Dopo essere partito dal suo villaggio e aver vissuto prima in Turchia e poi in Libia, dove è stato detenuto e torturato in carcere, ha attraversato il Mediterraneo ed è arrivato in Sicilia a bordo di un barcone. Ha vissuto prima ad Aosta, poi ha raggiunto alcuni connazionali a Milano. Ha lavorato per qualche ora al giorno in un’impresa di pulizie, poi è finito in cassa integrazione.

Da quando è a Milano ha iniziato a vendere rose per poter pagare l’affitto di un posto letto in una casa popolare, dove vive con altri bengalesi, e per guadagnare qualcosa da mandare alla famiglia in Bangladesh. Ma dalla notte in cui ha rischiato di morire nei canali del Naviglio non è più tornato in strada a vendere rose. Per questo la sua grande preoccupazione resta la famiglia. Non vede la moglie e i suoi cinque figli dal 2012, quando è partito per la Turchia. Il più grande dovrà compiere ventuno anni, il più piccolo ne ha dieci. Li ha lasciati bambini, vedendoli crescere solo attraverso le foto che riceveva sul cellulare, perso e mai più recuperato nelle acque del Naviglio. “Per una settimana non ho potuto chiamare la mia famiglia — aveva raccontato aiutato da un suo amico che conosce un po’ di italiano —. A casa piangevano tutti, pensavano che fossi morto”. Fino a maggio Sahabuddin inviava in Bangladesh qualche centinaio di euro, e teneva per sé solo il necessario per pagare il posto letto e per mangiare. Ma poi ha perso il lavoro part-time e ha potuto spedire a casa solo poche decine di euro ogni mese.


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