Commercio e servizi, il sorpasso della provincia: resiste meglio della città

Più sei in alto e più, quando cadi, il tonfo è fragoroso. Sembra paradossale ma Milano sta molto peggio del resto della provincia per quanto riguarda commercio e terziario. Una sofferenza che si sta prolungando ben oltre la riapertura di gran parte delle attività commerciali. Il grido d’allarme arriva da chi come Marco Barbieri, segretario generale di Confcommercio Milano, Lodi, Monza Brianza, conosce bene territori e numeri. Quelli, per esempio, che a inizio luglio stimavano per l’economia lombarda un calo del Pil del 7,1 per cento, mentre la contrazione a Milano raggiungeva il 7,7. O quelli che indicavano a Milano un calo del fatturato di commercio e dei servizi di molto superiore rispetto al resto del Paese. Il 6,7 contro il 4 per cento nazionale per il commercio e l’8,8 contro il 7,2 per i servizi. Poi ci sono i numeri secchi, quelli senza confronti con altri: meno 50 per cento nel settore dell’abbigliamento, meno 50, con punte dal 70 al 90, per la filiera del turismo.

Adesso la forbice si ripropone anche tra la città e la sua area metropolitana: «A Milano sono venuti a mancare quattro pilastri fondamentali in termini di presenze e di consumi, cosa che non è accaduta nell’area metropolitana». Il primo pilastro riguarda la presenza di turisti, o per meglio dire l’assenza di visitatori, soprattutto internazionali, una voce che riguarda tutta la filiera dell’accoglienza, dagli alberghi, alla ristorazione, allo shopping. «Nel 2019 i turisti sono stati 11 milioni. Ora sono tra i cinque e i sei. Se viene meno il 50 per cento, salta una bella fetta dell’economia milanese. Per l’Area metropolitana, da questo punto di vista, non è cambiato niente».

Il secondo pilastro riguarda la presenza dei lavoratori pendolari. «A Milano — continua Barbieri — da lunedì al venerdì arrivavano da fuori città circa un milione di lavoratori pendolari. Nel mese di luglio mancavano circa 700mila lavoratori del terziario tra quelli in integrazione salariale e quelli in smart working». In questo caso a beneficiarne sono state le reti e le filiere commerciali dell’area di provenienza di questi lavoratori. «L’indotto dell’area metropolitana e della provincia sono dettate dal consumatore residenziale. Nei 137 comuni dell’Area metropolitana i clienti dei commercianti sono persone che abitano in zona e il pendolare che non è venuto a lavorare in città ha consumato dove abita. Questo ha comportato un danno economico inferiore rispetto al danno per le attività di Milano. È un fenomeno che riguarda quasi tutte le grandi città».

Le altre due colonne portanti del circuito commerciale e dei servizi venute meno riguardano la presenza degli universitari, oltre alle fiere e ai congressi. «Con le università chiuse ci sono zone della città vuote come intorno alla Bocconi e al Politecnico — continua Barbieri —. Poi le fiere e i congressi. Milano vive con l’indotto dei buyer. A luglio e ad agosto non c’erano. Togli questi quattro pilastri e la città va in ginocchio». E la situazione, nonostante gran parte delle attività siano rimaste aperte nel mese di agosto per cercare di recuperare parte del fatturato, è molto complicata. «Ci ritroviamo con le attività alberghiere che in assenza di turisti sono ancora chiuse — conclude Barbieri — la ristorazione ha riaperto ma si registra tra il 30 e il 40 per cento di fatturato in meno rispetto all’anno precedente. Milano è una città di business e arte. Una sommatoria che comporta una grande difficoltà per la nostra città, mentre nella provincia la situazione è meno difficile».

31 agosto 2020 | 07:52

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